• Erika Benvenuti

L'elaborazione del lutto

Fasi e reazioni psicologiche


Per molto tempo la morte è stata concepita come qualcosa di inevitabile, ma anche familiare. Epidemie, malattie e guerre la rendevano una minaccia quotidiana e concreta.

A partire dal XVII secolo, l’uomo è meno preoccupato della propria morte, ma la morte dell’altro diviene un’esperienza drammatica.

Attualmente la morte è un tabù, qualcosa di cui non si parla per non turbare la felicità.

L’uomo ne evita il confronto e ne esorcizza il timore puntando sulla sicurezza dei beni materiali accumulati e sul raggiungimento del piacere.

Per quanto sia doloroso e complesso affrontare il tema della morte, proprio per la sua inevitabilità è assai frequente la necessità di dover elaborare il lutto.




Il termine LUTTO deriva dal latino LUCTUS (pianto) e descrive quell’insieme di comportamenti, reazioni ed emozioni che esprimono il dolore per la perdita di un proprio caro.

In “lutto e melanconia” (1915) Sigmund Freud definisce il lutto:

Il Iutto è la reazione alla perdita di una persona amata (o di un'astrazione che ne ha preso il posto, la partia per esempio, o la libertà, o un ideale o così via). Nonostante il lutto implichi gravi scostamenti rispetto al modo normale di atteggiarsi di fronte alla vita, non ci passa per la mente di considerarlo uno stato patologico e di affidare il soggetto che ne è afflitto al trattamento medico. Confidiamo che il lutto verrà superato dopo un certo periodo di tempo e riteniamo inopportuna o addirittura dannosa qualsiasi interferenza. [...]
Il lutto profondo, ossia la reazione alla perdita di una persona amata, implica lo stesso doloroso stato d’animo, la perdita d’interesse per il mondo esterno – fintantoché esso non richiama alla memoria colui che non c’è più. [...]
La perdita della capacità di scegliere un qualsiasi nuovo oggetto d’amore (che significherebbe rimpiazzare il defunto), l’avversione per ogni attività che non si ponga in rapporto con la sua memoria. [...]
L’oggetto perduto diventa una presenza impossibile da dimenticare, e investe la quotidianità e la totalità dei pensieri di chi ne è colpito, sembra impossibile pensare ad altro che non sia la persona deceduta.

Pur essendo un’esperienza assolutamente soggettiva e intima, il processo di elaborazione del lutto, sembra essere caratterizzato da fasi ricorrenti, con specifiche caratteristiche.

Bowlby ha evidenziato, con i suoi studi osservazionali, la presenza di 4 fasi che caratterizzano la risposta “normale” alla perdita:

  1. Insensibilità e incredulità

  2. Intenso desiderio e ricerca della persona deceduta

  3. Disorganizzazione e disperazione successive all’accettazione della perdita

  4. Riorganizzazione graduale della propria vita


Uno studio del 2007, su oltre 200 persone che avevano perso un proprio caro per cause naturali, ha mostrato come questo percorso sembri essere effettivamente quello tipico.


Nella prima fase, colui che apprende la notizia è incredulo, confuso e disorientato (fase di INTORPIDIMENTO).

Nella seconda fase, emerge la RABBIA per quanto è accaduto e/o nei confronti di chi si ritiene responsabile (fase della PROTESTA).

Nella terza fase, nel momento non ci si rende conto dell’avvenuta perdita, emergono tristezza, malinconia, disturbo del sonno e dell’alimentazione, ritiro sociale e perdita di motivazione (fase di DISPERAZIONE). La presenza di altri significativi (amici e/o familiari) non riesce a colmare il senso di vuoto di colui che ha subito la perdita.

Lentamente, vi è un’ultima fase (fase di DISTACCO), in cui c’è il recupero di interessi, attività sociali e nella relazione con altre persone, pur non esaurendosi l’amore per il defunto.


La psichiatra svizzera Elisabeth Kübler Ross, riportando le sue esperienze professionali accanto ai morenti, ha descritto il LUTTO come un processo che si snoda in 5 fasi.


La prima fase è di RIFIUTO e ISOLAMENTO.

Fra i 200 malati prossimi alla morte, il momento della diagnosi di una malattia terminale li ha portati a dire:

No, non posso essere io, non è vero!

Anche la notizia della morte di un proprio caro è un vero e proprio shock:


Non è vero, vi siete sbagliati! Non è lui, lui non è morto!

Di fronte a una notizia particolarmente drammatica, la sofferenza è talmente intensa da portare la persona a negare quanto ha appena appreso.

Il meccanismo difensivo della NEGAZIONE è solitamente temporaneo; messo in atto allo scopo di contenere una sofferenza inenarrabile.

E’ frequente che, il soggetto in lutto, manifesti anche INVIDIA verso coloro che possono godere della presenza della persona amata.


La seconda fase è contraddistinta dalla COLLERA.

Quando si è presa coscienza dell’evento luttuoso, il rifiuto viene sostituito dalla RABBIA, dalla COLLERA, da INVIDIA e RISENTIMENTO.


Perché a me? Perché mi è capitata questa disgrazia?

La rabbia viene solitamente proiettata su amici, familiari e/o personale sanitario, ritenuto responsabile della morte della persona amata:


E’ colpa loro se è morto, hanno sbagliato la diagnosi!
I miei amici non capiranno mai. Che ne sanno loro?

Questa fase è particolarmente complessa, anche per coloro che circondano la persona in lutto; che spesso preferisce isolarsi e che tratta con indifferenza e freddezza.


La terza fase è il VENIRE A PATTI.

E’ il momento del compromesso. Si osserva in particolare in coloro che hanno un parente prossimo alla morte, propensi a fare promesse, patti con Dio, affinché allontani nel tempo il momento del decesso del proprio caro o lo faccia guarire.


Dio, se non lo fai morire ti prometto che mi dedicherò al volontariato, farò del bene.
Ti prego Dio, tienilo in vita fino al matrimonio di nostro figlio. Ti giuro che andrò sempre in chiesa.

Sono ovviamente richieste irrazionali, ma aiutano ad alimentare la speranza di una possibilità di salvezza del congiunto.


La quarta fase è quella della DEPRESSIONE.

Il senso di vuoto profondo, solitudine e dolore, derivante dalla presa di coscienza dell’inevitabilità della perdita subita. Determina, di frequente, il manifestarsi di un disturbo depressivo. Se il familiare è prossimo alla morte, lo stato depressivo riguarda le perdite che stanno per verificarsi. La perdita imminente del nostro oggetto d’amore, dei progetti ancora da realizzare, dei sogni rimasti incompiuti.


La quinta fase è l’ACCETTAZIONE.

Se chi ha subito la perdita sarà stato aiutato a superare le fasi precedenti, se avrà potuto esprimere rifiuto, rabbia, invidia, dolore, potrà allora giungere allo stato di accettazione del proprio destino e, in un certo senso, “fare pace con la vita”.

Accettare un evento non significa certo essere felici, ma essere in grado di interpretare la perdita nella storia della propria vita e tornare a progettare un FUTURO; nonostante la mancanza di chi abbiamo amato.

La sofferenza diviene più tollerabile e si è nuovamente in grado di prendersi cura di sé, coltivare speranze e dare alla nostra vita un NUOVO SIGNIFICATO.


Le fasi del lutto secondo Robert Buckman


Robert Buckman affronta il processo del morire affermando che le 5 fasi teorizzate da Elisabeth Kübler Ross, pur se frequenti a seguito di un lutto e/o della minaccia di morte, NON rappresentano vere e proprie fasi del morire.

Secondo Buckman infatti, gli esseri umani non esperiscono le emozioni necessariamente in sequenza, ma spesso simultaneamente e intrecciate tra loro. Afferma inoltre che di fronte a un avvenimento drammatico come la morte, ognuno mostra reazioni tipiche del modo in cui ha reagito in passato alle difficoltà. E’ una sorta di “ritratto in miniatura”.


Se alcuni preferiscono continuare a NEGARE l’esistenza del problema, onde evitare di farvi fronte, altri si fanno trasportare dall’ANSIA o manifestano la propria RABBIA.

Buckman teorizza 5 fasi del lutto:


La prima fase è l’INCREDULITA’.

La morte è inattesa (e non a seguito di una patologia allo stadio terminale). La notizia del decesso del proprio caro genera INCREDULITA’.


No, non ci credo. Non può essere vero!

È la manifestazione della difficoltà che si ha nell’accettare l’informazione.


La seconda fase è lo SHOCK.

Lo shock non è di per sé un’emozione, ma un comportamento che ne indica l'intensità; la caratteristica principale è una “incapacità” di funzionare e/o prendere decisioni, poiché si è travolti dall’emozione. E’ possibile che la persona, appresa la notizia del decesso del familiare, si trovi ad agire/reagire come un robot e abbia difficoltà anche nel compiere i gesti più semplici.

E’ molto comune il manifestarsi di un senso di offuscamento cognitivo nel prendere decisioni, ricordarsi cose e pensare distintamente.

A volte il soggetto mette in atto una gestualità drammatica e teatrale come sintomo dello shock (ad esempio, cadere sulle ginocchia gridando “Gesù, non lasciare che accada!”)

Il sintomo più comune dello shock è il SILENZIO. Il soggetto è incapace di parlare e/o rispondere a quanto gli viene detto.


La terza fase è la NEGAZIONE.

L’essenza della negazione consiste nel rifiuto, da parte dell’individuo, ad assumere la notizia del decesso del proprio caro, credendo che si tratti di uno sbaglio. Può capitare che, pur utilizzando la negazione a un livello comunicativo esplicito, sia presente il timore che la notizia possa essere vera. È a questo punto che NEGAZIONE e INCREDULITA’ si confondono.

Il soggetto può mettere in atto il meccanismo della negazione anche attraverso un comportamento impassibile e/o neutrale, attraverso cui blocca la cattiva notizia. Buckman riporta l’esempio di un signore che, appreso l’avvenuto decesso della moglie, continua a dipingere le pareti di casa, come se nulla fosse accaduto.

Un altro meccanismo difensivo a seguito della ricezione della cattiva notizia è definito SPOSTAMENTO.

Esso si verifica nel momento in cui si trovi ad esperire un’emozione dolorosa (rabbia o tristezza), l’individuo in lutto si dedica a un’altra attività (dipingere, tenere un diario, dedicarsi a un hobby, ecc.) che ne favorisce l’espressione e il contenimento.


La quarta fase è composta da RABBIA e ACCUSA.

La RABBIA (ostilità o collera) è un’altra emozione, che spesso emerge nel colloquio in cui si comunica l’avvenuto decesso del familiare. Può essere sottile o esplicita, diretta verso uno o più obiettivi. Di frequente gli obiettivi primari sono i professionisti della salute che avevano in cura il proprio caro.

L’ACCUSA, ossia una rabbia diretta verso una persona o un oggetto specifico (il medico, Dio, il destino, la sfortuna) può essere appropriata o meno.

Spesso è presente la COLPA, che non è una reazione facile da definire, ma sembra avere tre componenti essenziali:

  • Si tratta di un’emozione rivolta o focalizzata verso di sé;

  • È presente l’autoaccusa;

  • È presente un elemento di SCUSE e/o DISPIACERE.

Il parente del defunto può provare sensi di colpa per non essere stato un buon figlio, un marito amorevole, un genitore presente, ecc. e può esprimere questo sentimento sotto forma di RABBIA (contro la malattia, la perdita di controllo, la casualità biologica e anche verso il defunto stesso, colpevole di averlo abbandonato).

Un altro sentimento che si manifesta spesso è la PAURA. I familiari possono essere spaventati per il loro stesso futuro. Possono presentarsi paure di tipo pratico e/o finanziario, così come la paura di potersi ammalare loro stessi.

La paura della malattia da parte di un parente, come conseguenza di un’esperienza emotiva dolorosa, si può comunemente manifestare in una SOMATIZZAZIONE, che si manifesta attraverso una serie di problematiche fisiche (colite, nausea, dolori lombari, sintomi gastrointestinali, mal di testa, ecc.).


La quinta e ultima fase è caratterizzata da DEPRESSIONE, DISPERAZIONE e PIANTO.

Il soggetto in lutto è spesso in preda alla disperazione (ossia la privazione della speranza) e ad un abbassamento acuto del tono dell’umore, e può lasciarsi andare a frequenti e improvvise crisi di pianto.


Vediamo, in dettaglio, la DEPRESSIONE legata all’esperienza del lutto.

Come affermato da Carl Gustav Jung nel testo “Ricordi, sogni riflessioni”:


Certamente, la morte è anche una spaventosa brutalità: non è solo brutale come evento fisico, ma anche e più come evento psichico. Un essere umano c’è strappato; e ciò che rimane, è un gelido silenzio di morte.

Il manifestarsi di sintomi depressivi è spesso favorito dall’esperire eventi di vita stressanti. Non stupisce dunque che, la perdita della persona amata, preceda l’esordio del Disturbo Depressivo Maggiore (DDM). In particolare, per coloro che presentano una predisposizione alla Depressione, anche prima dell’esperienza del lutto.

Il DSM-5 (Manuale dei Disturbi Diagnostici) definisce il Disturbo Depressivo Maggiore (DDM) attraverso i seguenti criteri:

  • Umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi tutti i giorni. Il soggetto si sente triste, vuoto e disperato e/o appare particolarmente tormentato;

  • Presenta un diminuito interesse o piacere per tutte (o quasi tutte) le attività, per la maggior parte del giorno;

  • Sperimenta sentimenti di autosvalutazione e/o di colpa eccessivi e inappropriati;

  • Ha una ridotta capacità di pensare, concentrarsi e/o prendere decisioni;

  • Può arrivare ad avere pensieri ricorrenti di morte (non solo paura di morire) e ricorrente ideazione suicidaria;

Per quanto riguarda gli STATI SOMATICI, il soggetto affetto da Disturbo Depressivo Maggiore può presentare:

  • Significativa perdita e/o aumento di peso a fronte di una diminuzione e/o aumento dell’appetito;

  • Alterazione del ciclo sonno/veglia, con insonnia o ipersonnia;

  • Rallentamento psicomotorio e/o agitazione;

  • Faticabilità e mancanza di energia;

  • Cefalea, dolori lombari, svenimenti, palpitazioni.

Per diagnosticare il DDM, devono essere presenti, contemporaneamente, 5 o più dei sintomi, per un periodo di 2 settimane. Almeno uno dei due sintomi deve essere:

  • Presenza di UMORE DEPRESSO;

  • Perdita di INTERESSE o PIACERE (Anedonia).

È necessario che l’intensità dei sintomi sia dale da creare un disagio clinicamente significativo e/o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo e in altre aree importanti.

La reazione fisiologica del LUTTO può assomigliare a un quadro depressivo, ma sono state osservate alcune differenze rispetto al DDM.

  • Nel vissuto depressivo che caratterizza il processo di elaborazione del lutto, la persona che ha subito la perdita vive in costante sentimento di vuoto e disperazione;

  • Il pensiero è spesso rivolto al proprio caro e ai ricordi che lo legano a lui;

  • L’origine del dolore è collocata in un evento negativo esterno, piuttosto che in un fallimento personale. L’autostima è generalmente preservata e l’autoaccusa è perlopiù per aver mancato verso il defunto (ad esempio, non averlo visitato abbastanza, non avergli detto quanto lo si amava, ecc.);

  • Se sono presenti pensieri di morte, sono focalizzati sulla volontà di raggiungere la persona amata;

  • Dal punto di vista relazionale, potrebbe avere il desiderio di isolarsi e avere poco interesse per le relazioni sociali; oppure, manifestare un eccessivo bisogno di vicinanza e conforto dagli altri significativi (amici, parenti, ecc.);

  • Il dolore dl lutto non impedisce di provare emozioni positive; lo stato depressivo dell’umore tende a oscillare e, tra queste oscillazioni, il funzionamento è normale.

A differenza di quel che pensava E. K. Ross, secondo Buckman il VENIRE A PATTI non è uno stato, ma una parte del processo per razionalizzare quanto accaduto e sentirsi nuovamente in controllo del proprio futuro. Può rappresentare una strategia di coping e una risposta adattiva, se non è prolungata o irrealistica.


Come superare il dolore legato al lutto


Sigmund Freud suggerisce di imparare a STARE NEL DOLORE e darsi il tempo di attraversarlo nel ricordo della persona amata e nei momenti trascorsi insieme. Accettando il senso di vuoto che esso porta con sé.

Carl Gustav Jung, nel rispondere a una lettera di una donna che gli chiedeva come continuare a vivere dopo la morte del marito, affermava che:

Non è il mistero della morte, che siamo chiamati a sciogliere. Piuttosto è quello della vita. Abbandonarci a noi stessi, abbandonare noi stessi, non è contemplato nelle nostre possibilità. […] La vita non può essere pura rassegnazione e malinconica contemplazione del passato. È nostro compito cercare quel significato che ci permette, ogni volta, di continuare a vivere.

Di fondamentale importanza è CHIEDERE AIUTO.

La persona in lutto, può trovare beneficio chiedendo aiuto a un professionista, attraverso un PERCORSO DI SOSTEGNO PSICOLOGICO.


Sapere di non essere soli ad affrontare questo momento colmo di dolore, avere uno spazio in cui sentirsi accolti e vedere validate le nostre emozioni, facilita l'ELABORAZIONE della sofferenza legata alla perdita.


Occorre ricordare che il lutto non è una malattia, ma un processo fisiologico, assolutamente normale, che richiede tempo.


Di seguito si riportano alcuni consigli per i familiari e amici della persona che sta subendo gli effetti del lutto.


Permettere di esprimere la sofferenza. Renderà più semplice giungere all’accettazione della perdita.


Nella fase di shock, dopo aver consentito al familiare di esprimere la profondità dei propri sentimenti per alcuni minuti, rispondere con empatia.

La risposta può anche essere non verbale (una carezza, prendergli la mano ecc.)


La negazione, che occorre nei primi momenti in cui si riceve la notizia del decesso del proprio caro, può essere una modalità utile e normale per raccogliere l’informazione ed elaborarla per gradi. Senza esserne travolti.

Pertanto, ricordare al proprio caro che la notizia del decesso è vera e che non è stato commesso alcun errore, significa ignorare totalmente il vissuto emotivo, e rispondere tenendo unicamente conto della sua parte razionale. Questo atteggiamento potrebbe compromettere la relazione tra di voi.

Occorre invece fare attenzione che la negazione non si prolunghi troppo nel tempo, impedendo al familiare di dare avvio al processo di accettazione della realtà. In tal caso, diviene difficile da gestire e non è più adattiva, diventando al contrario una fonte di stress.


Nella fase depressiva è importante permettere alla persona in lutto di dar voce al proprio dolore. Evitare pertanto di consolarlo, dicendogli di non essere triste. Come ci sentiremmo noi, se avessimo subito la perdita di chi abbiamo amato?

Per far sentire la propria vicinanza basta anche sedersi insieme al proprio caro, in silenzio.

E dargli la mano, senza inutili parole.





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